RICORDI

Ricordo di Venanzio Traversa, giornalista della <Gazzetta del Mezzogiorno> di Bari scomparso lunedì.

CIAO, VENANZIO
di Lino Patruno*
Su Venanzio Traversa si potrebbe fare una battuta che immagino sarebbe piaciuta anche a lui. Come morto?, cinque minuti prima era ancora vivo. Perché proprio così è, vivo da non far mai pensare alla sua scomparsa se solo si fa caso a un particolare. Sulla <Gazzetta del Mezzogiorno> di martedì 15 gennaio, insieme al breve ricordo-annuncio del suo decesso, è pubblicata la sua ultima lettera, che solo qualche giorno fa aveva mandato anche a me per lamentarsi come al solito in puro stile venanziano: non me la pubblicano, mi boicottano, mi oscurano eccetera eccetera. Insomma Venanzio era vivo e morto a seconda delle pagine.
Perché in verità era come al solito più vivo che mai. Nella lettera a me, mi impegnava a un incontro appena fosse migliorato il tempo, magari al bar “Miss Italia” vicino casa sua (vedi la precisione). E quindi, come l’edizione del 15 testimonia, spiegava a modo suo perché una eventuale chiusura del giornale avrebbe danneggiato i lettori, a cominciare da quelli sportivi a lui molto cari vista la sua passione per il calcio. Ora, capisco la appartenenza che non si cancella, ma valla a prevedere tanta passione civile in un uomo che quest’anno avrebbe compiuto i 90 anni.
Ma c’è di più. Il 28 dicembre si era presentato alla sede dell’Ordine per pagare la quota di iscrizione al 2019. Caro Venanzio, gli dice il presidente Piero Ricci, sei il primo a volerlo fare, ma sei in anticipo anche su noi che apriremo la pratica solo fra qualche giorno. All’Ordine nel cui Consiglio era a lungo stato. E alle cui assemblee era sempre puntualmente in prima fila, come francamente a non molti capita.
Alla vigilia dei 90 anni. Anzi, come mi aveva scritto lui solo qualche giorno fa, alla <mia verde età>. Ai miei <vivaci prossimi 90 anni corredati da oltre 70 di professione, da 60 di iscrizione all’Ordine,da 42 di servizio alla Gazzetta, da 12 di puntigliosa gavetta prima di essere assunto nel 1960 nel Giornale>. E aggiungeva: <Novant’anni che includono anche gli oltre 22 di ‘oscuramento’ del mio nome come giornalista nelle pagine della Gazzetta> . Più altri episodi di brontolismo spinto. Laddove è verosimile che la sua cosiddetta <scomparsa> dal giornale sia stata puro frutto di circostanze figlie forse anche della sua burbera ironica ruvidità. Più in particolare qualche incomprensione determinata dal suo carattere vivace e dal suo spirito indomito: di quelli che, occorre riconoscerglielo, non la mandano a dire. Come faceva, del resto, anche col suo Ordine.
E tuttavia, siccome sarebbe stato più facile far mettere una cravatta a Salvini che mettere a tacere Venanzio, egli continuava a imperversare nella pagina delle Lettere della <Gazzetta>, quasi sempre consensualmente sotto mentite spoglie. Una alluvione di arguzia, di competenza, di provocazione, di impegno da fare spumeggiante quell’angolo di giornale.
Perché questo era Venanzio: un grande professionista di quelli che a trovarceli ancora. Una storica prestigiosa presenza della cronaca della <Gazzetta>. Con sue indimenticabili inchieste sul mondo politico e sociale meridionale, oltre che a una costante attenzione alla scuola. Costante, precisa, tignosa, puntuale come da un perfezionismo e una coscienza che sono stati la sua eredità a chi l’avesse voluta cogliere. E con una predisposizione alle battute di spirito, di quelle da fuoco d’artificio. Delle quali ci ha offerto tutto il campionario fino all’ultimo con sue rubriche on line che puntualmente inviava a colleghi, ad amici e nemici: Traversa e Traversone, in puro vocabolario calcistico.
Parlando col presidente Piero Ricci, Venanzio aveva anticipato il progetto di regalare tutti i suoi libri alla città di Bari, per farne una Biblioteca al centro del Murattiano. Insomma futuro. Sarebbe retorico dire che con Venanzio se ne è andata una antica provvidenziale concezione della professione e della vita. Ma uno all’antica come lui, era non meno moderno e contemporaneo di tanti contemporanei. Capace di continuare ad essere vivo anche ( purtroppo) da morto. Chissà che battuta di spirito ne avrebbe tirato fuori. Caro Venanzio, non li prendere troppo in giro quelli lassù.

 

*già direttore della Gazzetta del Mezzogiorno e direttore delle testate del master di Giornalismo dell’Università di Bari

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Professore in pensione
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